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lunedì 30 novembre 2009

nuovo blog

Ho aperto un nuovo blog sulla didattica... più specifico, sulla LIM.

APPUNTI SULLA LAVAGNA 

Questo, che stavo quasi per dimenticare, lo lascio come memoria, anche perché c'è qualcuno che lo legge ancora.

giovedì 01 novembre 2007

Ancora Logo...

Un post del blog di Wired del 15 ottobre si domanda che ne è del linguaggio Logo a quarant'anni dalla sua nascita. Chi scrive è evidentemente una persona che ha fatto dell'informatica la sua professione. Ricorda le prime esperienze con la tartaruga-triangolino dell'Apple II e come, dalla curiosità da bambino, sia nata la passione per l'informatica.
"Stavo imparando, ma le mie esperienze non assomigliavano ad una lezione. Era divertente!"
Anche a me è capitato di incontrare un paio di brillanti giovanotti (italiani) che hanno fatto della programmazione e dell'informatica la loro professione. Avevano un'età compresa tra i 25 ed i 35 anni, l'età dei miei ex alunni; mi hanno raccontato che quando facevano le elementari e le medie le prime esperienze di programmazione le hanno fatte proprio con il Logo e non hanno avuto dubbi nell'affermare che quei primi approcci sono stati essenziali per lo sviluppo successivo dei loro interessi.
D'altra parte è sufficiente leggere le numerosissime risposte al post di Wired di persone che rievocano con un pizzico di nostalgia le loro Logo stories per capire che in effetti, almeno in qualche caso, il Logo ha lasciato un segno positivo nel percorso formativo di molte persone.

E' un po' anche per questo che mi ostino da anni a proporre il Logo come un'attività essenziale e fondamentale per la scuola. Questo nonostante l'interesse di insegnanti, genitori, educatori a vario titolo e soprattutto delle istituzioni vada in direzioni affatto diverse. Da una parte l'istruzione "addestrativa" (ECDL), dall'altra la rincorsa affannosa alle ultime novità degli strumenti tecnologici (e-learning, podcasting, software interattivi e spettacolarizzati...).
Ma la dimensione del "comprendere" vero e proprio, della curiosità cognitiva, il piacere della scoperta "in proprio" o del provare a vedere "cosa succede se...", dimensione che la vecchia e umile tartaruga sembrava garantire, viene un po' dimenticata.
Adesso poi, nel momento in cui, secondo il nostro ministro, è più importante sapere che il Colle di Cadibona divide le Alpi dagli Appennini piuttosto che avere un'idea di che cos'è una variabile e di come la si può usare, le cose si fanno più difficili e lo spazio per l'"informatica" a scuola si riduce ulteriormente.

Personalmente però non rinuncio e provo a rilanciare alcune proposte.
Didattica con LogoHo dedicato uno spazio web alla didattica con Logo. Lo spazio è rivolto soprattutto ai colleghi che vogliano farsi un'idea di quanto oggi esista a livello di versioni Logo (e Logo-like) disponibili; di quali siano proprietarie e quali free; dell'età degli studenti cui si adatti ciascuna versione; di quali siano gli ambiti di studio preferenziali e peculiari...
Si tratta di versioni che ho avuto modo di verificare e provare direttamente. Non si tratta certo di tutte le versioni disponibili che sono molte di più di quelle che sono riuscito a provare.
Manca poi decisamente un'area di discussione sulla possibile didattica concreta, su come ci si possa organizzare, in questa situazione reale della scuola italiana, per fare Logo a scuola. Nonostante alcuni miei sporadici tentativi di attivare un interesse di gruppo su questo tema, nulla del genere ha preso vita.
Speriamo che questo ennesimo spunto possa avere miglior fortuna...

Posted by Alessandro Rabbone at 6:17 PM
Edited on: giovedì 01 novembre 2007 6:40 PM
| Categorie: Didattica

sabato 11 agosto 2007

Scratch. Per imparare i concetti base della programmazione.

"Oggi, attraverso il computer, si può accedere ad un'incredibile varietà di giochi interattivi, storie, animazioni, simulazioni ed altri tipi di programmi dinamici ed interattivi. Ma, per lo più, tali programmi sono unidirezionali: si può soltanto sfogliare e cliccare ciò che altri hanno creato; non si può progettare e creare in proprio...."

Con questa premessa SCRATCH presenta sè stesso. Con l'obiettivo di ampliare notevolmente le possibilità di inventare e programmare al computer per chi programmatore non è o per chi non padroneggia alcun linguaggio di programmazione.
ScratchSi tratta di un'applicazione piuttosto leggera, liberamente e gratuitamente scaricabile.
Una volta installata, basta davvero poco tempo per imparare a compilare pezzi di codice e script attraverso blocchi grafici (non è necessario scrivere). I blocchi sono semplici da usare, ma, combinati opportunamente, possono restituire animazioni e comportamenti interattivi anche piuttosto sofisticati.
Parente stretto di molte versioni Logo, ma più semplice ed immediato, oltre che decisamente orientato alla multimedialità, non costringe chi lo utilizza a studiare e a ricordare complessi e a volta astrusi comandi (le primitive). Le intestazioni dei blocchi infatti, traducibili, con un semplice click del mouse, in molte lingue tra cui l'italiano, sono immediatamente comprensibili e facilmente utilizzabili.
Il feedback circa la correttezza dei propri ragionamenti è dunque immediato; questo anche perché gli script possono essere modificati durante l'esecuzione del programma.

Scratch, realizzato e curato dal Lifelong Kindergarten Group del Media Lab del MIT (Massachusetts Institute of Technology) in realtà non è solo una bella e funzionale applicazione open source molto adatta all'apprendimento attivo. E' un vero e proprio progetto educativo che si pone l'obiettivo di creare una shared community ed una cultura costruzionista intorno alla pubblicazione condivisa dei progetti ed al conseguente scambio, con questi, di idee e suggerimenti. Infatti dal pannello dell'applicazione, una volta realizzato il proprio progetto, è sufficiente cliccare sul pulsante "share" per pubblicare il progetto stesso sul sito di Scratch. Qui il progetto potrà essere contrassegnato, commentato e classificato sia dallo stesso autore, sia dagli altri utenti. Un vero e proprio ambiente di condivisione in rete dunque, così come avviene per le fotografie con Flickr o per i video con YouTube...; un ambiente, che, tra l'altro, in pochi mesi di vita può già contare oltre ventimila progetti ed altrettanti iscritti.

Inutile dire che Scratch potrebbe rappresentare per la scuola del primo ciclo (ma non solo) una grandissima opportunità. Non solo si tratta di un ambiente che non costa assolutamente nulla, né per l'applicazione, nè per la pubblicazione in rete e che richiede solo un po' di buona volontà da parte dell'insegnante. Si tratta soprattutto di un progetto fondato su solide basi pedagogiche.
Ecco come, in un altro documento, vengono presentati gli obiettivi di apprendimento:
"Cosa imparano i ragazzi quando creano storie interattive, animazioni, giochi, musica e computer art con Scratch?
Soprattutto essi si appropriano di idee relative alla matematica ed alla programmazione che vengono costruite durante l'esperienza con Scratch. Quando creano programmi in Scratch essi imparano concetti base come l'iterazione e le condizioni. Acquisiscono anche la comprensione di importanti concetti matematici come quella di coordinata, variabile, e casualità.
Significativamente, gli alunni imparano tali concetti in un contesto dotato di senso e motivante. Quando i ragazzi imparano le variabili in modo tradizionale, normalmente non sentono molto l'utilità del concetto per i propri fini personali. Ma quando le imparano nel contesto di Scratch le possono usare immediatamente in una maniera veramente significativa: per controllare la velocità di un'animazione, o per tenere traccia del punteggio del gioco che stanno realizzando..."

Rimane solo da sperare che la scuola italiana, tutta presa nel dibattito filosofico tra "personalismo" e "individualismo", ma che poi lamenta gravi insuccessi nell'apprendimento della matematica, sappia scendere su di un piano un po' più pragmatico e cogliere opportunità come questa.

Posted by Alessandro Rabbone at 11:04 PM
Edited on: sabato 11 agosto 2007 11:21 PM
| Categorie: Didattica

sabato 19 maggio 2007

Lavagne interattive multimediali. 'Valore aggiunto' e 'sostegno' alla didattica.

Mi è capitato nel corso della mia ultima sperimentazione all'IRRE Piemonte di utilizzare una LIM o LIMD (Lavagna Interattiva Multimediale per la Didattica). Si tratta di un ulteriore oggetto tecnologico da poco entrato nel panorama delle possibili risorse strumentali per la scuola. Collegata ad un pc dotato di un software apposito e usata con un normale proiettore costituisce una sorta di ampio touch screen che permette (più) efficaci lezioni frontali, ma anche un interessante utilizzo "collettivo" in una situazione di gruppo e di condivisione cognitiva da parte degli alunni. Un utilizzo tanto più interessante quanto più gli alunni sono piccoli.

bambini alla lavagna interattiva Un recente convegno a Bologna sull'uso delle LIM, cui ho partecipato, mi ha però lasciato qualche dubbio. Dubbi non tanto sulla bontà dello strumento in sé, che mi sembra un ottimo strumento, ma dubbi sul modo in cui la cultura pedagogica attuale ne concepisce l'utilizzo in funzione del far scuola.
Nonostante alcuni accenni problematici espressi da Luigi Guerra, ordinario di “Tecnologie dell’istruzione e dell’apprendimento” di Scienze della Formazione di Bologna, che ha parlato di possibili 'derive' negative nel caso in cui si focalizzi eccessivamente l'attenzione sull'aspetto tecnico e strumentale, mi è parso che il clima generale andasse piuttosto in direzione di un appiattimento nell'esaltare il 'valore aggiunto' rispetto alla didattica.
In altre parole, pur a fianco di qualche esperienza nuova ed interessante, il senso con cui la scuola si accinge a fare entrare anche questo strumento nel proprio ambito sembra essere quello per cui le tecnologie siano e debbano essere un mero (e neutro) 'sostegno' alla didattica... una didattica che per forza rimane quella tradizionale, con gli stessi contenuti e le stesse finalità.
Che computer e aggeggi informatici come le LIM siano semplici strumenti è un dato di tutta evidenza, ma se si parla di 'tecnologie' non si parla solo di strumenti, si parla anche dei relativi processi e procedimenti con cui questi vengono usati.
Allora introdurre le tecnologie a scuola non significa solamente 'aggiungere' o 'sostenere' ciò che già esiste, ma dovrebbe significare rimettere in discussione processi, procedimenti e anche obiettivi, con un'attenzione particolare, visto che ci si trova nell'ambito dell'istruzione, alla dimensione cognitiva.

Non posso, a questo proposito, che condividere un post di Dario Zucchini che lamenta che gli insegnanti non riescono a staccarsi dal concetto di 'ricerchina' (riedizione o breve rielaborazione di quanto già esiste) quando con le tecnologie si potrebbe fare molto di più. Il fatto è che immaginare e progettare nuovi percorsi cognitivi dei propri alunni richiede uno sforzo molto maggiore rispetto al semplice attrezzarsi ad utilizzare un nuovo software o un nuovo aggeggio informatico.

Posted by Alessandro Rabbone at 3:39 AM
Edited on: sabato 19 maggio 2007 4:49 AM
| Categorie: Didattica

giovedì 12 aprile 2007

Tecnologie a scuola? Davvero?

Come vi trovereste se foste ricoverati in un ospedale in cui le procedure seguite dal personale, gli strumenti di diagnosi e le terapie adottate fossero, all'incirca, quelle di cento anni fa?
Come minimo “a disagio” credo.
Perché mai, allora, si continua a trovare normale che nella scuola accada ciò che in altre strutture istituzionali non sarebbe tollerabile e tollerato?
Perché stupirsi se ragazze e ragazzi, come le tristi cronache di questi tempi mettono in evidenza, vivono rispetto alla scuola sempre più stati di disaffezione e di noia quando non di ribellione aperta?

Nella scuola, e soprattutto nella scuola di base, le procedure d'insegnamento e gli strumenti materiali sono grossomodo quelli degli inizi del '900, della riforma Gentile, per bene che vada. La disposizione di cattedre e banchi nelle aule, le possibilità comunicative e dialogiche di lavagne (di ardesia o, nella migliore delle ipotesi, in laminato plastico per gesso), di carte geografiche, di libri, penne e quaderni sono sicuramente le medesime.
Nonostante qualche sforzo degno di nota di qualche anno fa (mi riferisco al PSTD, Piano di Sviluppo delle Tecnologie Didattiche, 1997 - 2000), le tecnologie, nuove o meno nuove, nella scuola non ci sono mai entrate davvero...
Non ci è entrata per nulla la televisione che "di per sé", e non certo per quello che trasmettono RAI e Mediaset, potrebbe rappresentare un formidabile strumento didattico (e dovrebbe bastare, al proposito, il ricordare la storica esperienza di Alberto Manzi "Non è mai troppo tardi").
Men che meno ci è entrata la radio, che, tra tutte le tecnologie della comunicazione, non può certo essere considerata "nuova".
Il computer, almeno al suo apparire, sembrerebbe aver avuto molta più fortuna, ma se ci si ragiona un minimo, l’impatto concreto sulla didattica appare in definitiva piuttosto limitato…
L’ultima indagine sulle TIC nella scuola italiana, condotta nel 2004 dal MIUR, ora tornato MPI, affermava in toni trionfalistici che nella scuola italiana si aveva una media di un computer ogni 10 alunni (di uno ogni 12 circa nella scuola di base). Dati confermati anche da più approfondite ricerche europee
Tuttavia ne’ le indagini nazionali, ne’ quelle europee, indicano con chiarezza quale quota di strumentazione digitale viene abitualmente destinata alla didattica d’aula e/o di laboratorio e quale all’amministrazione da parte delle segreterie. Al proposito mi torna sempre in mente ciò che alcuni anni fa era emerso come “caso limite”. In una provincia piemontese si dava il caso di un piccolo circolo didattico in cui, sui 9 pc acquistati con i fondi PSTD, 8 erano stati destinati alla segreteria amministrativa ed uno solo alla didattica… La cosa curiosa era che il personale di segreteria era costituito da solo quattro unità.
Anche ammesso che davvero ogni alunno potesse avere a disposizione un computer per un decimo del proprio tempo/scuola, cosa assai improbabile, vista l’attuale organizzazione di tempi e spazi, l’influenza della tecnologia sulle modalità di apprendimento e di insegnamento rimarrebbe un fatto del tutto modesto.

In un periodo in cui la preoccupazione educativa più pressante sembra essere quella di criticare i videogiochi violenti e di proibire l’uso dei cellulari (soprattutto per evitare che le riprese video finite su YouTube possano dimostrare l’abisso di volgarità e pochezza culturale in cui è precipitata la scuola) vale ancora la pena di ripensare alla tecnologia come ad un’occasione positiva?
Forse no, forse, per riprendere il paragone con le strutture sanitarie, conviene rassegnarci a farci curare senza antibiotici e senza anestesie…

Posted by Alessandro Rabbone at 1:49 PM
Edited on: giovedì 12 aprile 2007 1:51 PM
| Categorie: Didattica